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Negazione

Qui si trova il podcast. La foto è di Rawpixel.com

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Il 27 aprile di 30 anni fa, in Italia abbiamo scoperto la cintura. O, almeno, quella definita ‘di sicurezza’, montata sulle autovetture e da allacciare obbligatoriamente prima di iniziare in viaggio. Un comico dell’epoca, tal Beppe Grillo diceva che uno se ne ricorda solo dopo essersi messo in moto, allora cerca di rimediare chiudendola mentre va avanti e così ha la matematica certezza di andare a sbattere. Da qui il nome ‘cintura di sicurezza’, perché hai la sicurezza di fare un incidente.

Il 27 aprile 1989, la cintura di sicurezza diventa obbligatoria, per autista e passeggeri seduti davanti. Per quelli seduti dietro, l’obbligo arriva quattordici anni dopo, nel 2003 (secondo alcuni non è mai arrivato, perché non lo sanno, che bisogna metterle anche se sei seduto dietro).

Come per  provvedimenti analoghi – penso a quello per il casco sulla moto, obbligo introdotto tre anni prima della cintura – anche su questo c’è stato ampio dibattito. Dibattiti in cui l’oggetto del contendere non è l’utilità o meno della protezione in questione, che nessuno mette in discussione. Il tema è invece se lo Stato debba o no entrare nel merito dei comportamenti individuali.

Chi è contrario all’obbligo sostiene che le persone devono essere educate, non forzate, affinché tengano comportamenti positivi per la propria sicurezza. E, in effetti, a pensarci: non è inutile, costringere qualcuno a fare qualcosa di sensato? O, in altre parole, perché qualcuno dovrebbe rinunciare a fare qualcosa che lo rende più sicuro?

Ma per la regola dell’asino, che diamine. Perché esistono cinque fattori che si frappongono tra noi e la sicurezza. Tre li abbiamo già visti: A come attenzione selettiva, S come statistiche a uso personale, I come illusione del controllo. Ora siamo alla N di negazione: a me, quella cosa lì, non potrà succedere mai. Io sono Daniele, di Spell, e questo è La regola dell’asino, il nostro podcast dedicato alla sicurezza sul lavoro.

Come funziona la negazione, lo si capisce pensando a una data del futuro, una data precisa: il 12 aprile 2068. Per quel giorno, la Terra ha appuntamento con Apophis, un asteroide che, colpendo il nostro pianeta, avrà un effetto pari a circa 65.000 bombe atomiche come quella sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945.

…65.000 volte la bomba atomica su Hiroshima… chi riesce a immaginare una cosa del genere?

Alle volte il problema è proprio questo: non ci preoccupiamo di una cosa perché, semplicemente, non riusciamo a figurarcela. Abbiamo già parlato degli squali, e del fatto che ne abbiamo paura anche senza mai incontrato uno e senza che, presumibilmente mai l’incontreremo. Ma di questo dobbiamo ringraziare Steven Spielberg e i suoi film terrificanti.

E però…  un asteroide che causa danni pari a 65.000 bombe atomiche? Proprio non riusciamo a figurarcelo. Così, non ne abbiamo timore.

Questo è quello che si chiama ‘processo di negazione’. Che funziona quando non riusciamo a dare forma a un evento, ma non solo. Funziona anche quando diciamo «… a me, quella roba lì non potrebbe accadere mai». E dunque, perché dovrei mettere il casco? Per terra non ci vado. A che serve la cintura di sicurezza, se io guido piano e a sbattere non ci vado?

Ma per capire meglio la negazione ci si può spingere oltre, a considerare un caso davvero drammatico. Quello dei genitori che dimenticano i propri figli sui seggiolini delle auto, con conseguenze talvolta tragiche. La nostra reazione, di fronte a queste notizie, è certo di grande tristezza. Successivamente però pensiamo «ma quale genitore può fare una cosa del genere? A me non succederebbe mai».

In realtà, i genitori a cui questa cosa è capitata, non sono delle cattive persone. Non picchiavano i loro figli, non erano sotto effetto di alcool o droga e nemmeno erano di quelli che pensano solo al lavoro e chissenefrega della famiglia. Erano persone come noi, che hanno avuto un momento di vuoto, particolarissimo.

Per tentare di capire cosa succede in questi casi, pensiamo di essere in auto, e di guidare verso casa. Dovremmo andare a ritirare il vestito in tintoria, ma siamo sovrappensiero, ce ne dimentichiamo e facciamo in automatico la solita strada verso casa. Ci rendiamo conto di essercene dimenticati, solo quando a casa, magari qualche giorno dopo, cerchiamo il vestito nell’armadio.

Ecco, il meccanismo che ci fa dimenticare di passare in tintoria non è troppo diverso da quello che è capitato a queste persone. Il meccanismo, ripeto: è chiaro che le due cose non sono paragonabili, e lasciare un bambino nell’auto è una tragedia e, al contrario di altre cose, per fortuna, accade molto raramente. Ma accade e può accadere.

Quindi, anziché credere che sia impossibile che capiti a noi, pensiamo a qualcosa da lasciare vicino al seggiolino di nostro figlio: una borsa, il telefono  oppure le chiavi del posto dove dobbiamo andare (tutte cose da incastrare bene, sia chiaro, che non volino in testa al piccolo).

Dimenticavo: se qualcuno di voi fa conto di essere ancora in giro, il 12 aprile del 2068, e magari avete già programmato una scampagnata, non cambiate i vostri programmi. La probabilità che l’asteroide Apophis venga a sbatterci contro, pare sia di una su un milione. Nel 2068, invece, avremo un altro tipo di problema, molto più concreto: i danni prodotti dal cambiamento climatico. Di questo dovremmo preoccuparci seriamente, ma anche su questo, in realtà, spesso e volentieri attiviamo la negazione. Ma questo è ancora un altro discorso e, forse, sarà opportuno dedicarvici uno spazio a parte.

Per adesso fermiamoci qua. Ci manca una sola ultima lettera, per completare la regola dell’asino: la O di Obiezione. Alla prossima.

 

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