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«Faccio prima a farlo io». La delega.

Allora, come al solito: il podcast SI ASCOLTA QUA, il testo si legge sotto e la VIA DI FUGA È QUESTA.

 

La delega aiuta a ridefinere il carico di lavoro. La delega impedisce un eccessivo accentramento del potere. La delega motiva i collaboratori. La delega consente ai giovani di fare esperienza, di crescere.

Sì, ci sono tante motivazioni, in favore della delega. Tante buone ragioni, tanti casi di successo, tante stupende testimonianze. Tutte queste importanti argomentazioni a favore della delega, possono essere spazzate via da una sola, semplice frase: «faccio prima a farlo io».

Io sono Daniele, di Spell, e questo è il quinto episodio di NonCeLaPossoFare, naturalmente dedicato alla delega.

La frase «faccio prima a farlo io» può essere sentita anche in versioni leggermente diverse, tipo «faccio prima a farlo da sola (o da solo)», «ci metto di più a spiegarlo che a farlo».

Oppure può avere versione che tende a spostare il motivo della mancata della delega verso l’esterno. Cioè, a fornire giustificazioni, che apparentemente non dipendono da chi le dice. Chi dice queste cose vorrebbe sì delegare, eccome. Ma non può, perché «… quel cliente sai com’è fatto, no? Se non lo seguo io non è contento…». Oppure «… eh, sì io ti manderei a quella riunione a Milano, al posto mio… ma sai com’è, non vorrei che, poi, i colleghi di Milano pensassero che non ho voglia di incontrarmi con loro…».

Tutte queste frasi, nelle loro sfumature, certo, ma che nascondono una convinzione profonda, per quanto non dichiarata: che delegare sia faticoso. Che sì, certo, venga spacciata come una magica soluzione per lavorare meglio ma, in fondo, sia solo un modo per lavorare di più e con più ansia.

Beh, non so se sono in grado di smontare questa convinzione. Finirei per ripetere quelle frasi che già ho detto all’inizio del podcast, e non sarebbe così utile. Credo sia meglio invece, provare a fare chiarezza su cosa sia una delega. E vorrei farlo ragionando sulle dimensioni della delega. Cosa che possiamo fare utilizzando una comoda matrice. Capisco che illustrare una matrice a voce, in un podcast, sia un po’ bislacco, però vabè, ci provo lo stesso.

La delega si compone di due pezzi. Il primo è il mandato: quello che il delegato deve fare. Il secondo è l’autonomia o, detta più esplicita, il potere che viene al delegato. Prendiamo il caso di Ludovica, capa che delega, e Arturo, collaboratore che viene delegato. Ludovica vuole delegare ad Arturo l’assunzione di un tecnico per svolgere un certo lavoro. Il contratto di assunzione, alla fine lo firma Ludovica, è lei la legale rappresentante, ma tutto il resto lo fa fare ad Arturo. Beh, più o meno. Vediamo i quattro casi diversi.

Ludovica dice: «Arturo, noi vogliamo un tecnico che abbia il patentino A38, un diploma di perito tecnico industriale elettrotecnico, ottima padronanza della lingua swahili e disponibilità a viaggi in Canada e nel Suriname. Se trovi questa persona, offrigli quanto chiede senza perderci un minuto». Questo tipo di delega la chiamiamo ‘posizione di forza’. Il mandato è chiarissimo: Ludovica chiarisce in dettaglio quali siano le caratteristiche del tecnico che Arturo deve cercare. L’autonomia è ampia, molto ampia: Arturo può prendere accordi anche sullo stipendio da offrire al tecnico, senza preoccuparsi se questo dovesse chiedere molto. Oh, perché Ludovica voglia un tecnico che sa il swahili che poi lo manda in Canada e nel Suriname… non lo so, ma non importa.

Secondo caso: «Arturo, tu sai di cosa abbiamo bisogno, no?  – dice Ludovica al collaboratore – Il lavoro lo conosci. Vedi un po’ di gente, dì a tutti ‘le faremo sapere’ e poi vieni e mi racconti, ok?». Questo secondo caso è quello che si dice ‘di debolezza’, o anche più gentilmente, la delega esplorativa. Arturo ha un mandato vago, Ludovica non gli dà i dettagli precisi di come dev’essere questo tecnico, si limita a dirgli «vabè ma che lavoro deve fare tu lo sai…». E anche l’autonomia è decisamente scarsa: non prendere impegni con nessuno, Arturo!

Terza situazione: «Arturo, noi vogliamo un tecnico che abbia il patentino A38, un diploma di perito tecnico industriale elettrotecnico, ottima padronanza della lingua swahili e disponibilità a viaggi in Canada e nel Suriname». Mandato chiarissimo: esattamente come nel primo caso, quello della delega forte. Ma il potere assegnato al delegato è completamente differente: «… però, Arturo, non t’impegnare con nessuno, anche se dovessi vedere di fronte a tu una persona che cinque minuti dopo ha un’altra offerta, tu NON ti sbilanciare, non sei autorizzato a farlo».

Questa terza posizione la potrei definire così: vai avanti tu, che mi viene da ridere. È un tipo di delega usatissimo, in tanti contesti, lavorativi e non. In politica va fortissimo, ed è usato in maniera mefistofelica: un personaggio di secondo piano di un partito o anche del governo, se ne esce con una proposta un po’ azzardata, che c’è il rischio che sia impopolare. Ne parlano i giornali, se ne parla sui social media… ora, se le reazioni sono tutto sommato positive, il capo del partito o del governo, fa sua la proposta avanzata dall’esponente di secondo piano. Se le reazioni sono ostili e furibonde, il leader sconfessa immediatamente il suo secondo: «ma no, ma lui ha detto ‘ste cose a titolo personale, le sue parole non impegnano certo il nostro partito o il nostro governo».

Eccoci alla quarta posizione, la più interessante. Ludovica dice ad Arturo: «Tu sai di cosa abbiamo bisogno, no? Il lavoro lo conosci. Bene: se trovi la persona che ti convince, offrile quanto chiede, senza perderci un minuto». Si chiama posizione di presunzione: il delegato ha un mandato vago.  Gli viene detto, valuta tu, considero che tu sia in grado di farlo. Il potere è massimo: se trovi una persona che ti convince, offrile quanto serve per assumerla, non serve che prima ti confronti con me. Si chiama posizione di presunzione, perché chi delega, Ludovica in questo caso, presume che il delegato, Arturo, si comporti come, in quella situazione, si comporterebbe anche lei. Ed è una posizione estremamente interessante perché il delegato si deve mettere in gioco. È a briglia sciolta.

Ok, forse queste quattro posizioni possono apparire un po’ estreme. È vero, lo sono, ma lo sono affinché sia chiaro il meccanismo con cui si sviluppa una delega. E la mancanza di chiarezza è ciò che spesso e volentieri fa saltare un processo di delega. Beh, certo, se poi c’è chi la delega la usa per fare male al delegato, che so, facendogli credere di essere in posizione di forza, salvo dirgli dopo che era in posizione ‘vai avanti tu che mi viene da ridere…’ eh, beh, in questo caso davvero, viene da dire Non Ce La Posso Fare.

Ma io nel genere umano ho fiducia. Ho fiducia nel senso che credo che noi esseri umani sappiamo trovare modi molto più micidiali per darci fastidio, altro che una delega.

Ok, la settimana prossima è in programma nientemeno che lo smartworking. Un episodio che, come e  più che gli altri, potrete ascoltare dove e quando volete. A presto!

 

 

 

 

 

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