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Carbon management e umane relazioni

L’attenzione all’emergenza climatica è in crescita e credo che ciò sia il risultato di un insieme di fattori. Tra questi certo c’è l’attivismo dei giovani, ma anche il fatto che i cambiamenti climatici sono sempre più sotto i nostri occhi, nonché una maggiore presa di coscienza da parte della classe politica. Su questo ultimo aspetto gli esempi sarebbero molti: mi limito a quello – che trovo molto interessante – di Boris Johnson, passato in cinque anni dal negare il cambiamento climatico al voler rendere la Gran Bretagna «l’Arabia Saudita dell’eolico».

In tutto ciò il mondo del lavoro ha un ruolo centrale. Di grandi imprenditori che hanno sposato la lotta all’emergenza climatica ce ne sono già parecchi e il libro di Bill Gates – Clima. Come evitare un disastro. Le soluzioni di oggi. Le sfide di domani – appena uscito è già best seller.

Un’applicazione di questo interesse credo si riscontri nel carbon management. È un settore in grande sviluppo che, potenzialmente, interessa tutte le aziende. In sintesi, si tratta di ridurre il più possibile l’emissione di gas serra derivante dalle attività della propria impresa. Il guadagno che se ne ricava non è solo collettivo, in favore dell’ambiente: un’azienda con un buon carbon management ottiene riconoscimenti e certificazioni che la premiano sul mercato (per saperne di più, rimando al sito di Aequilibria).

L’impegno necessario sul piano tecnico e imprenditoriale è irrinunciabile, sia chiaro. Ma credo occorra un lavoro molto intenso sul versante delle relazioni umane.

Dobbiamo imparare a vivere meglio tra di noi perché andiamo verso una situazione in cui la vita sarà più difficile.

Ad esempio ci saranno meno terreni coltivabili e meno territori abitabili, il che innescherà migrazioni decisamente più intense di quelle di oggi (e ci muoveremo anche noi italiani: non è solo Venezia a essere a rischio, lo sono anche tanti altri centri abitati, ad esempio Ravenna).

Dobbiamo sperare e impegnarci affinchè tutti questi disastri vengano minimizzati, ma sappiamo già che alcuni sono inevitabili. I ghiacciai alpini ce li siamo giocati, e questo avrà conseguenze negative sulla disponibilità di acqua per il nord Italia.

Insomma, dobbiamo imparare a convivere meglio, perché convivere potrebbe essere più complicato. È un’idea che mi si è rinforzata dopo aver letto il romanzo Qualcosa là fuori. È ambientato verso la fine del secolo attuale, quando le cose sono messe così male che i popoli mediterranei, tra cui gli italiani, sono costretti a emigrare verso la Scandinavia.

Uno scenario decisamente estremo – e, in quanto tale, non molto probabile – ma questo conta poco. L’autore, Bruno Arpaia, ci fa capire che al di là di quanto si alzerà il livello del mare a causa dello scioglimento dei ghiacciai, a essere determinante è la relazione tra gli esseri umani.

Le cose evolvono in un senso o nell’altro a seconda delle scelte che fanno le persone.

A livello macro, certamente: Arpaia ipotizza che i paesi del Nord Europa, che meglio sopportano il riscaldamento globale, formino una nuova organizzazione internazionale, sganciandosi dai paesi meridionali, devastati dal clima terribile.

Ma ci sono le scelte compiute anche a livello individuale: il protagonista, Livio, si ritrova più volte a dover scegliere che fare, insieme alle sua famiglia nonché a sconosciuti con cui si è trovato in viaggio.

Collaborare, condividere, ascoltare, cooperare, provare empatia, non isolarsi…

sono tutte competenze irrinunciabili, per vivere insieme alle altre persone e, con il passare del tempo, serviranno sempre di più. Se da un lato discutiamo moltissimo – e a buona ragione, credo – dei gradi di cui crescerà la temperatura della terra, decisamente meno discutiamo di come potremo convivere in un mondo che sarà cambiato. Dalla nostra capacità di convivere ne va del nostro futuro, non meno di quanto saremo bravi a tagliare le emissioni di gas serra.

 

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