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Preoccupati della cosa giusta

Photo by Buenosia Carol from Pexels

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Prima che dei virus, siamo vittime dei bias. Questa sembra essere la lezione che si ricava dalle scorse settimane.

Hans Rosling è l’autore di Factfullness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo. Come si può capire dal sottotitolo, Rosling non è un pessimista. In questo libro, scritto insieme al figlio e alla nuora, dà una visione globale di come sta evolvendo la vita sulla terra, e dimostra che – in linea generale – le cose vanno meglio di quello che si pensi. Sostiene, però, che esistono cinque minacce globali a cui bisogna stare molto attenti. La prima è proprio l’insorgere di una pandemia (le altre quattro, per i curiosi: un crack finanziario, un conflitto mondiale, il cambiamento climatico e la povertà estrema).

Reagire con prontezza, quando un nuovo virus influenzale arriva sulla scena, è importante. Ma altrettanto importante è reagire nel modo giusto: lo stiamo facendo? Pare di no.

Naturalmente occorre distinguere i livelli di azione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta coordinando gli sforzi a livello mondiale per contenere il virus. Gli istituti di sanità nazionali stanno facendo la loro parte, anche nell’aggiornare tutti in modo semplice e chiaro.

Ma noi cittadini italiani, invece, non stiamo reagendo molto bene. L’Istituto Superiore di Sanità chiarisce che al momento il virus non circola in Italia, e il pericolo c’è solo per chi ha viaggiato nei quattordici giorni precedenti in Cina o è venuto in contatto con persone con ‘infezione accertata’. Nonostante ciò, si sono diffusi comportamenti insensati, come il disertare i ristoranti e i fast food cinesi, l’affannarsi a comprare mascherine, o l’evitare la vicinanza con cinesi che vivono in Italia.

Due bias da riconoscere

Lasciamo da parte chi strumentalizza la situazione per dare sfogo a pulsioni razziste. Chiediamoci però le ragioni di questa fobia, che colpisce anche persone istruite e ragionevoli. Una spiegazione la potrebbe dare il ‘bias della disponibilità‘. L’idea è questa: se a proposito di un certo argomento ho a disposizione molta informazione, tendo a pensare che quell’argomento sia importante, molto più importante di altri per cui ho meno informazioni. E per il corona virus l’attenzione è enorme. Oggi, 6 febbraio, su una quarantina di giornali italiani, quelli che non ne parlano in prima pagina si contano sulla dita di una mano, e va avanti così da settimane.

In Italia, per incidenti stradali, muoiono ogni anno oltre tremila persona, una media di circa dieci persone al giorno. Ma è difficile trovare italiani preoccupati o anche solo consapevoli che, ogni volta che entrano in un’automobile, stanno mettendo a rischio la propria vita come in nessun’altra delle attività che solitamente svolgono. Questo perché le morti in incidenti stradali ottengono al più poco spazio in qualche pagina o sito di cronaca locale. Se catturano maggiore attenzione è solo perché vi è coinvolta qualche persona famosa.

Il bias della disponibilità trova in questo contesto un terreno molto fertile. Tante persone, in conseguenza alla vasta copertura mediatica del coronavirus, avvertono la minaccia come enormemente più grande di quella che è. Talvolta, si lasciano prendere dal panico. Più spesso, guidate dal motto ‘la prudenza non è mai troppa’, si comportano in modo insensato. Ad esempio si privano del piacere di mangiare dei ravioli al vapore o del riso cantonese.

Al bias della disponibilità si affianca quello da salienza. Salienza è qualcosa che sporge, dunque è rilevante, la si nota di più. Se stiamo cercando casa, notiamo più facilmente i cartelli ‘in vendita’; se aspettiamo un figlio prestiamo più attenzione alle donne incinta; se ci parlano di un pericoloso virus che arriva dalla Cina, ci sembra che vicino a noi vivano molti più cinesi di quello che pensavamo.

Oltre ai virus

Non è la prima volta che una cosa del genere accade (e non sarà  l’ultima) e, soprattutto, non avviene solo su scala globale. Nelle organizzazioni, nei luoghi di lavoro, accade che un argomento salga agli onori delle cronache e catturi così grande attenzione da parte di tutte e tutti.

È il caso, ad esempio, della cosiddetta ‘comunicazione interna’. Se un’azienda investe molto per migliorarla, è in sé una cosa positiva. Ma se i lavoratori sentono parlare – e questo in modo trasversale, tra i diversi settori dell’azienda – in modo eccessivo di comunicazione interna, potrebbero convincersi che tutto quello che succede, nel bene e nel male, sia dovuto ad essa. Alle volte sarà vero, ma molte altre volte il problema potrebbe essere altrove: nella competenza delle persone, in una decisione sbagliata, in un errore di valutazione, in un imprevisto… insomma, in una delle tante altre cose che succedono, nelle aziende e nelle organizzazioni, ma che finiscono sotto traccia perché la disponibilità di informazione su di esse è decisamente inferiore a quella sulla comunicazione interna.

Parafrasando il sottotilo del libro di Hans Rosling, potremmo dire che ‘non capiamo il coronavirus’. Dunque, anziché aver paura di prendere l’influenza, preoccupiamoci di come la paura influenza i nostri comportamenti.

 

 

 

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