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Un biscotto al bias

La foto è di Karol D from Pexels

Arrivo in ritardo, la riunione è già iniziata da una decina di minuti. Ha appena preso la parola una collega, che ora è in piedi, a fianco di una lavagna a fogli mobili. Come dice «Ora vi parlerò dei bias», maledico il treno che mi ha fatto perdere l’introduzione alla giornata. Perché, evidentemente,  è stato spiegato che abbiamo cambiato lavoro.

Per me che ho fatto le scuole tecniche, i bias sono una roba di elettrotecnica, pure di qualche anno fa, visto che si riferisce ai nastri magnetici, supporti un po’ in disuso.

Invece no. Siamo sempre noi, sempre formazione e consulenza facciamo, e sempre sulle competenze manageriali, comunicazione, conflitti e via dicendo. Tra queste cosiddette soft skill, c’è anche l’imparare a barcamenarsi tra i bias vale a dire le ‘distorsioni sistematiche del pensiero’ che, in modo molto piatto, possiamo chiamare ‘pregiudizi’. Perché se valutiamo le cose sotto l’influenza di  una visione precostituita – ovvero basandoci su quanto abbiamo già in testa, che può essere scorretto o comunque non adeguato alla situazione – rischiamo di sbagliare di brutto.

Ad esempio, se durante il  derby Toro – Juve io penso che l’arbitro sia a favore della Juve… ok, d’accordo, esempio sbagliato: l’arbitro è a favore della Juve.

Tra i tanti posti in cui si parla di questi bias detti cognitivi, c’è anche l’autorevole sito di Annamaria Testa, a cui rimando per un approfondimento. E tra i tanti esempi che la vita ci offre, al lavoro e non solo, ce n’è uno recente, a mio avviso, bellissimo.

Silvia Bagliani è la General Manager di Mondelēz International, multinazionale che, tra le altre cose, possiede il marchio Oro Saiwa, i famosi biscotti. Qualche giorno fa, la dottoressa Bagliani annuncia che gli Oro Saiwa verranno prodotti esclusivamente con grano cresciuto in un raggio di 75 chilometri dallo stabilimento, attraverso una filiera che coinvolge 173 aziende agricole, 12 cooperative e due mulini. Una decisione in linea con ciò che Mondelēz dichiara di voler fare da qualche tempo:

«Come azienda ci siamo impegnati a ridurre l’uso di acqua, a tagliare le emissioni di anidride carbonica e arrivare a un packaging più leggero (53 mila tonnellate in meno) e riciclabile al 100% entro il 2025», dichiara la dottoressa Bagliani (virgolettato preso da qua).

In quanto al grano, trovandosi lo stabilimento che produce i biscotti nell’alessandrino, sarà dunque grano piemontese, al più lombardo, via. Sarà grano italiano.

Ahia.

Già, perché diversi giornali danno la notizia con titoli come questo: «i biscotti solo da grano italiano»;  «soltanto grano italiano al 100%»; «prodotto con grano italiano al 100%».

Ed è qui che arriva un bias fenomenale. Ma per capirlo in tutta la sua potenza occorre tenere presente il momento in cui stiamo vivendo, qui in Italia. Questo è un periodo in cui, forse più che in altri, la politica polarizza moltissimo noi cittadini. E lo fa intorno ad alcuni concetti tra cui quello dell’italianità (concetto un po’ vago, bisogna ammetterlo). Dunque…

«Oro Saiwa alla patria»
«Trovata propagandistica»
«L’autarchia e l’esterofilia sono stupidaggini economiche»
«Ridicoli»
«Così si ragiona, se vogliamo parlare di italianità»
«Biscotti sovranisti»

Questi sono solo sei estratti da altrettanti tweet circolati in queste ore. La scelta spiegata da Bagliani può essere apprezzata o contestata, il punto è che con il tema dell’italianità, dell’autarchia, del sovranismo, non c’entra nulla. Ma per molti è bastato il titolo per far scattare il bias: la questione è politica, c’è in gioco l’italianità, qualunque cosa essa sia.  Dunque è di questo che molti discutono, a causa del clima politico del momento, come spiega bene qui Luca Lottero.

Capito cosa sono i bias? Sono quella roba per cui pensiamo di aver capito tutto prima ancora di aver capito di che si sta parlando. E così interpretiamo ogni fatto alla luce di quello che crediamo di aver capito. Si badi bene: non è un rischio che corrono solo quelli che mangiano biscotti. Cosa, che peraltro, mi è venuta voglia di fare, a prescindere da quali troverò in cucina.

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