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Obiettivi che portano guai

Questo testo nasce come podcast, che puoi ascoltare qui. Non vuoi né leggere né ascoltare il pezzo sugli obiettivi? Poco male, ecco una via d’uscita: obiettivo, il cielo!

 

Il nuovo anno è iniziato da una settimana, e ancora risuonano le parole con cui abbiamo preso solenni impegni. Dal prendere impegni al definire obiettivi, il passo è breve. E così, cominciano i guai.

Tutti, chi più chi meno, siamo abituati a lavorare per obiettivi. Per varie ragioni, qualcuno – e quel qualcuno magari siamo pure noi stessi – decide che entro la fine del tal mese bisogna aver raggiunto un certo risultato: un preciso numero di nuovi clienti, un dato numero di visite sul sito, un certo ricavo.

Questa cosa può avere un senso, soprattuto se gli obiettivi non sono definiti a capocchia. Ad esempio, sapere che al 30 novembre devi avere in cassa un certo quantitativo di soldi così da poter pagare fornitori, stipendi, tredicesime, va bene. Il problema insorge quando il perseguimento dell’obiettivo diventa un fine in sé.

Oliver Burkeman è un autore che a noi di SPELL piace molto. Nel suo libro La legge del contrario: stare bene con sé stessi senza preoccuparsi della felicità, dedica un intero capitolo al tema degli obiettivi. Riferendosi alle ricerche di Chris Kayes, un ex mediatore di borsa reinventatosi esperto di comportamento organizzativo, Burkeman parla della tendenza a elevare il ‘goal setting al rango di dogma religioso’.

Credo che chiunque abbia avuto a che fare con il mondo del lavoro, anche per poco, abbia presto o tardi incontrato la parola inglese SMART, che sta per intelligente, brillante, ma che è anche un acronimo. S sta per Specifico, M per Misurabile, A per attainable o achiviable – cioè raggiungibile – R per realistico e T per Time – Bounded, cioè legato a una tempistica precisa. L’acronimo ci dà, cioè, le cinque caratteristiche che dovrebbe avere ogni obiettivo.

Che so, tipo: voglio che questo podcast, entro la metà del 2019, raggiunga un migliaio di ascoltatori a puntata. Obiettivo molto Smart: specifico è specifico, misurabile pure, raggiungibile e realistico… beh, al momento i nostri dati sono parecchio lontani da questo numero. Ma su Spreaker vedo podcast con centinaia di ascolti, perché anche questo non dovrebbe farcela?

A prescindere da queste valutazioni, che posso fare bene o male, il mio rapporto con l’obiettivo diventa problematico se raggiungere un migliaio di ascoltatori a puntata entro il 30 di giugno diventa una mia ossessione, che si mangia tutto il resto. E, soprattutto, un’ossessione è che mi porta a trascurare una semplice domanda: ma perché è così importante che io abbia mille ascoltatori a puntata?

Qualche esperto di pianificazione strategica potrebbe dire “eh, va bè, ma se ti succede questa cosa è perché hai definito male l’obiettivo. Non l’hai saputo inserire in un contesto più ampio, in una visione che tiene insieme i traguardi a lungo termine con i risultati da ottenere nel breve periodo e nel medio periodo”.

Uhm. È proprio questa la spiegazione? Cioè il punto è fare bene la pianificazione? Può darsi, ma anche questa cosa – il pianificare – ha un effetto collaterale, vale a dire che nelle organizzazioni, nelle aziende e anche nella vita privata, ahimè, si passa un sacco di tempo a fare pianificazione. E non sempre, il risultato è soddisfacente, anzi.

Quello che ipotizza Burkeman è che, in realtà, fissiamo obiettivi ed elaboriamo complesse pianificazioni per raggiungerli non tanto perché siamo convinti che questo sia un modo virtuoso di andare avanti. Ma perché l’incertezza ci mette a disagio. Abbiamo bisogno di pianificare, perché abbiamo bisogno di mettere nero su bianco che domani faremo questo, tra un mese quell’altro, tra due mesi un’altra cosa ancora. Arriviamo addirittura a redigere dettagliati piani quinquennali o peggio. E sennò ci sentiamo perduti. Siamo così convinti di questo modo di fare che se quello che abbiamo pianificato non diventa realtà, diciamo che abbiamo pianificato male, o che abbiamo definito obiettivi non Smart.

Oh, sia chiaro: definire obiettivi e pianificare le attività per raggiungerli non è un male. Ci sono traguardi ad esempio di natura sociale o ambientale che devono essere fissati e perseguiti, sapendo ragionare su scale temporali piuttosto ampie. Penso all’eliminazione della povertà, o alla lotta al cambiamento climatico. E certo ce ne sono molti casi positivi anche in ambito imprenditoriale.

Ma ci sono obiettivi che fissiamo proprio solo per combattere l’incertezza. Per toccare con mano questa situazione, Burkeman ci propone un esercizio di autoanalisi che, avvisa, può essere mortificante: «Pensa a una decisione importante – ci dice – di cui ti sei pentita o pentito. Una relazione cominciata senza troppa convinzione, un lavoro accettato anche se, con il senno di poi, era palesemente incompatibile con i tuoi interessi e le tue capacità. Se si è trattato di una decisione difficile, è probabile che prima di prenderla fossi in preda a un’incertezza lancinante. Una volta deciso, ti sei sentito meglio? Se la risposta è ‘si’, c’è di che preoccuparsi, perché potrebbe significare che ti sei deciso non perché eri razionalmente convinto che quella fosse la scelta giusta, ma solo per rispondere all’urgente necessità di liberarti dell’incertezza».

Ecco… appunto. Io, ho deciso di dar vita a Non Ce La Posso Fare! perché credo che sia una cosa gagliarda e tosta, o per affrontare quello spaesamento, quel ‘non ce la posso fare’ che mi assale ogni lunedì? Vabè, cerco di capirlo nei prossimi giorni e ci ritroviamo lunedì prossimo.

Forse.

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