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Sistematici e accidentali. Ancora errori.

Al solito, qui c’è l’audio, il podcast insomma. Di seguito c’è il testo. E poi c’è questo, bolognese pure lui, come SPELL.

Sì, errore, di nuovo. Nella puntata precedente, infatti, abbiamo lasciato in sospeso una cosa: l’errore che si ripete. Ma per arrivarci, vorrei raccontare una cosa successa qualche anno fa.

Al primo anno di università, io e i miei compagni siamo stati sbattuti nello scantinato di un vecchio palazzo di Torino dove, c’era e c’è tuttora la facoltà di fisica. Eravamo lì per  fare degli esperimenti, tra qui quello del pendolo. Si trattava di far andare di qua e di là un pendolo e verificare che questi movimenti obbedissero a una legge che era stata scritta da un professore su una lavagna ai piani superiori.  La legge in questione, per chi fosse curioso, consiste nel dire che un pendolo oscilla sempre con lo stesso periodo. Insomma, per andare da un estremo all’altro ci mette sempre lo stesso tempo, che vada lento o che vada veloce, che faccia oscillazioni ampie o ristrette.

Non ci credete? Fate la prova. Che è poi quello che stavamo facendo noi, cioè facevamo la prova.

Dopo aver analizzato i dati raccolti, però, abbiamo visto che alcune di queste misure non si comportavano come avrebbero dovuto. Non obbedivano a quella legge che ci era stata insegnata. Abbiamo così ipotizzato che in quello scantinato, per qualche misteriosa ragione, i principi fondamentali della fisica non valessero più. E mentre stavamo pensando al nostro discorso di accettazione del premio Nobel per la fisica, c’è venuta in mente una seconda ipotesi.

E cioè che quei dati, per qualche motivo, fossero farlocchi.

Nel mio caso, i motivi erano ben due. Il primo era il 16. Cioè il tram che, transitando sulla strada sopra di noi, faceva tremare tutto e mandava tre o quattro misure consecutive a farsi benedire. Il secondo motivo era Caterina. Faceva l’esperimento del piano inclinato, nel tavolo davanti al mio. Ed era bellissima. E io la guardavo tra un’oscillazione e l’altra e in un caso, mi sono attardato troppo a guardarla, cosicchè ho preso il dato sbagliato.

Quando siamo andati dal professore, lui ha preso i dati e ci ha spiegato la situazione. «Ecco, questi pacchetti di misure che non tornano sono dovuti al tram, indubbiamente. Niente, non potete farci nulla, è il sistema in cui operate che li ha prodotti, questi errori. Li dovete scartare. E poi… questo qua, questo dato isolato – disse mentre io arrossendo mi guardavo la punta delle scarpe – non so cosa sia, vi sarete distratti. Toglietelo pure, senza problemi».

Così, quel giorno ho imparato due cose: uno, che esiste l’errore sistematico. Che si chiama così perché è dovuto al ‘sistema’ in cui ti trovi. Non dipende da te, ma devi esserne consapevole, perché è una roba che si ripete e che ti dice che c’è qualcosa che non va nel sistema, nella struttura, nelle condizioni in cui lavori. E poi che c’è l’errore accidentale. Che era Caterina, che purtroppo, non fu mai altro, per me, che quel dato sballato nella misura del pendolo.

Presto ho capito che è la stessa cosa anche nella vita, e naturalmente, anche sul lavoro. Già, gli errori sistematici e accidentali esistono anche sul lavoro. Il primo lo possiamo chiamare semplicemente errore: non dipendono da me singolarmente, dipendono dalla struttura in cui opero, magari da una mancanza di informazioni, o a qualcosa che non va nell’organizzazione. In questo senso si parla di errore che si ripete e che non coinvolge solo una singola persona, ma tutta la struttura. L’errore sistematico mi può dire un sacco di cose sull’organizzazione in cui lavoro.

Il secondo tipo di errore, che possiamo chiamare sbaglio, è quello che dipende da me, singolo individuo. È una mia cattiva performance, è qualcosa che non faccio o faccio male. Oppure da qualcosa che faccio ma non dovrei fare. Come guardare Caterina troppo a lungo.

 

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