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«Perché non mi capite?!?». L’incomunicabilità.

Se vuoi, puoi ascoltare il testo qui. Sennò, continua a leggere.

* * *

Nel primo episodio di NonCeLaPossoFare abbiamo parlato di riunioni. Abbiamo evidenziato alcune sciagure che trasformano i meeting in lotte contro l’abbiocco o, all’opposto, in strenui tentativi di evitare una crisi di nervi. Sciagure come il convocare persone che non c’entrano nulla con ciò di cui si deve discutere o anche il non rispettare l’orario di inizio e men che mai quello di chiusura, di una riunione.

Ci è stato fatto notare, però, che tra queste sciagure ne avevamo scordata una: l’incomunicabilità. Le riunioni si trasformano in tempo perso anche perché le persone riunite non si capiscono tra loro. Vero. Ma questo non è un problema che riguarda in modo particolare le riunioni. Riguarda le relazioni umane, in qualsiasi contesto. Anzi, a dirla tutta, è sorprendente il fatto che, alle volte, ci si capisca, tra esseri umani.

Benvenute e benvenuti al secondo episodio di #NonCeLaPossoFare, dedicato all’incomunicabilità.

Come prima cosa è opportuno distinguere l’incomunicabilità non voluta da quella tenacemente cercata.

Intendo dire che ci sono persone che, più o meno frequentemente, si esprimono cercando di non farsi capire. Questa incomunicabilità volontaria può essere preterintenzionale o colposa. Il primo caso è quello di chi ne fa un’arte, del non farsi capire. Di chi parla usando espressioni complesse o frasi estremamente articolate. L’obiettivo di chi comunica in questo modo è il dare l’idea di possedere uno status superiore a chi sta ascoltando: «Non mi capite perché io sono colto e voi no». Oh, alle volte funziona. Tutti noi conosciamo personaggi tanto famosi quanto fumosi, nel loro esprimersi, e però riscuotono un discreto successo.

L’incomunicabilità volontaria ma colposa funziona all’incontrario. Vabè, dai, è quella cosa che, chi più chi meno abbiamo fatto o ancora facciamo tutti, nella nostra carriera. Mi riferisco a quella volte in cui buttiamo parole inglesi un po’ a caso, giusto per sentirci più brillanti, volevo dire più smart.

In ogni caso, l’incomunicabilità tormenta le nostre esistenze, anche sul lavoro. Sarà per questo che, facendo un rapido giro su Linkedin, il social network dedicato al lavoro, s’incontrano un sacco di articoli dedicati al tema della comunicazione interpersonale. Articoli scritti da una marea di professionisti che offrono le proprie prestazioni per aiutare gli altri a comunicare.

Nonostante tutta questa competenza in circolazione, l’incomunicabilità sul posto del lavoro sembra essere una delle cose che più spinge gli esseri umani a dire #NonCeLaPossoFare.

A seguito di una approfondita analisi, abbiamo riscontrato un’infinita di casistiche di incomunicabilità sul posto di lavoro. Per brevità, qui raccontiamo solo le cinque peggiori, in ordine, dalla meno drammatica, alla più devastante.

Posizione numero cinque: la tecnologia. Niente di sorprendente. Sempre più comunichiamo tramite servizi di messaggistica online, e quindi tramite computer, tablet, smartphone. Il che comporta ricorrenti frustrazioni per via della connessione che salta. Oppure delle batterie che si scaricano mentre sei a metà del dialogo – e no, nessuno ha l’attacco che va bene per il tuo strumento. Nell’area tecnologia rientra anche la scelta dello strumento di comunicazione. Perché cavolo chatti via skype con il collega che sta a tre scrivanie di distanza? Alzati, no? Guarda, a mala parata è preferibile pure cacciare un urlo: certo, non è molto educato ma è sicuramente meno alienante.

Posizione numero quattro: la comunicazione multicanale. Cioè, avviamo più di una conversazione in contemporanea. Classica azione che ci porta a dire #NonCeLaPossoFare se qualcuno la fa con noi, ma che riteniamo perfettamente gestibile quando siamo noi a farla.  Si potrebbe dire che anche questo è un problema di natura tecnologico: siamo in una riunione, ma grazie allo smartphone o al portatile, con messanger o hang out, ci mettiamo a discutere con altre persone. In realtà la tecnologia ha solo reso evidente una cosa che abbiamo sempre fatto. Quante conversazioni immaginarie abbiamo avviato nel nostro cervello, mentre l’insegnante alla cattedra spiegava l’Iliade o i Promessi Sposi? E quante volte, fingendo di prendere appunti, abbiamo riempito fogli e fogli di strani disegni, salvo avere poi la faccia tosta di dire agli altri «… lo faccio perché aiuta la concentrazione».

Posizione  numero tre: il cosiddetto ‘linguaggio tecnico‘. È il caso in cui qualcuno dice «abbiate pazienza, ma ora devo entrare in dettagli tecnici…». Spesso, questa frase ha un sottotitolo che è più o meno questo: «se non capite quello che vi dirò, è un problema vostro, non mi venite a scocciare». Non voglio negare che il problema esista. Però sta a monte: se tu devi spiegarmi una cosa, bisogna che ci mettiamo d’accordo prima su quale linguaggio puoi usare per farti capire e quale no. Se un fisico vuole spiegare a una persona che non ha fatto studi scientifici la teoria della relatività, non può farlo nella maniera più naturale, e cioè scrivendo formule matematiche.  Perché la persona che non ha studiato matematica a un certo livello, quando sente le parole ‘spazio di Minkowski’, pensa a un nuovo locale appena inaugurato in città.

Posizione numero due: gli acronimi. Diversi anni fa ho fatto una breve consulenza a una cooperativa che si occupa di assistenza domiciliare. Questa cooperativa con sede in un piccolo paese lombardo, aveva un raggio d’azione di una decina di chilometri. Eppure questi cooperatori mi sembravano decisamente ossessionati dal ‘viaggiare informati’. Dopo un paio d’ore di colloquio capii che con i loro «dobbiamo chiedere al CISS» o «occorre vedere cosa prevede il CISS» non si riferivano alle informazioni sulla viabilità stradale messe in onda dalla RAI – che peraltro si scrive CCISS, con due C ma valle a sentire queste doppie nel parlato –  bensì al CISS inteso come Consorzio Intercomunale dei Servizi Sociali. Gli acronimi sono tremendi: la loro interpretazione può mettere alla prova i dirigenti più esperti, figuriamoci un consulente esterno. Ovviamente l’attribuire significati diversi alle stesse parole non è un problema che riguarda solo gli acronimi. Faccio un altro esempio personale:«Oggi avete lavorato?», sentivo chiedere al telefono ai suoi genitori da una ragazza conosciuta da poco, che poi è diventata mia moglie. Io immaginavo i miei due futuri suoceri, titolari di un negozio in quel di Biella che, dopo aver preso il caffè del mattino, si chiedevano: «Allora, andiamo o no a tirare su questa benedetta saracinesca?». Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che “lavorare” significava, nella loro conversazione, non banalmente ‘aprire il negozio’, bensì “avere clienti”, “vendere”.

Posizione numero uno, saldamente al comando: l’incomunicabilità che discende dall’uso del linguaggio per creare confini. Un uso improprio e, sia chiaro, spesso involontario. Però accade che, al lavoro, si creino gruppi che condividono modi di dire, aneddoti, riferimenti, codici. Chi usa quel linguaggio – che finisce per sembrare un vero e proprio dialetto – sta dentro. Chi non lo capisce, sta fuori. Chi sa quali parole usare – e anche quelle da non pronunciare mai – fa parte di una squadra. Gli altri no.

Per carità, il rifarci a qualcosa che si è condiviso insieme ad alcune persone può anche avere un effetto positivo. Può darci la carica, dare forza al nostro gruppo. Per citare un alto riferimento letterario, avete presente Matusalemix, il decano del villaggio di Asterix che, ogni qualvolta si accinge a combattere contro i Romani, grida «Rifaremo Gergovia!»? Quel ricordare la battaglia del 52 a. C in cui in galli guidati da Vercingetorige diedero scacco a Giulio Cesare, fornisce ad Asterix e compagni una grande energia, seppur non paragonabile a quella che proviene dalla pozione magica preparata da Panoramix.

Ma quando il linguaggio crea confini, le controindicazioni sono ben superiori agli effetti positivi. Un linguaggio chiuso lascia fuori anche chi dovrebbe essere tirato dentro. La gente si perde per strada. Chi, in una riunione di lavoro, non coglie alcuni riferimenti o non sa interpretare acronimi usati di frequente, tende a stare zitto: alzare la mano per chiedere: «Cosa diavolo è l’ XCVBNM?», sarebbe come ammettere di non far parte della squadra, significherebbe sancire la propria emarginazione.

In questo caso, la cosa migliore da fare è alzare la mano e dire «sono perfettamente d’accordo, anche perché quanto hai appena detto è in linea con la circolare 314/28 distribuita tre settimane fa dai colleghi della sezione CTU di Roma». Nessuno ti verrà a chiedere spiegazioni, perché nessuno ammetterà di non aver mai sentito parlare della sezione CTU di Roma (a meno che tra i tuoi colleghi non ci sia qualche fan di 24. In questo caso, un dubbio potrebbe venirgli).

A risentirci nel prossimo episodio di #NonCeLaPossoFare.

P.s. XCVBNM è il contrario di QWERTY. Sono le ultime sei lettere della tastiera europea.

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