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Microsoft e il congedo parentale

Lo smartworking serve a vivere meglio. Nelle intenzioni, almeno. L’idea è di organizzare l’attività lavorativa in modo che non vada a schiacciare la vita privata. E non per tutti, ma certo per molti, ‘vita privata’ significa anche ‘occuparsi dei figli’. È dunque importante, questa notizia, che risale ai primi di settembre: se la tua azienda vuole offrire servizi a Microsoft, dovrà riconoscere ai propri dipendenti un minimo di dodici settimane di congedo parentale pagato.

Non basta, eh? Se vuoi lavorare con Microsoft devi anche offrirgli buoni servizi a prezzi concorrenziali.

La grande azienda chiede questa cosa a tutti i suoi fornitori negli Stati Uniti d’America che abbiano almeno 50 dipendenti. Dodici settimane equivalgono a circa tre mesi. Poco? Tanto? Il confronto con la situazione italiana – almeno per quello previsto dalla legge – è impressionante, dal momento che il padre ha l’obbligo di congedarsi dal lavoro per un (cioè uno, proprio uno) giorno, periodo che può essere esteso a tre giorni, se la madre rinuncia a due dei suoi. Poi c’è il congedo facoltativo, che può essere di sei mesi per la madre e cinque per il padre, però con lo stipendio al 30% (sarà per questo che non è particolarmente praticato?).

La vicepresidente del colosso informatico, Dev Stahlkopf, ha dato vari motivi, a favore di questa scelta.

Primo, il congedo parentale aumenta il morale e la produttività delle madri lavoratrici. Secondo, spinge i padri a occuparsi dei figli più di quanto solitamente facciano (se non si fosse capito, la richiesta di Microsoft riguarda entrambi i genitori, non solo la madre). E questo, sostiene Stahlkopf, migliorerà la situazione del rapporto tra donne e uomini a casa e al lavoro, combatterà gli stereotipi di genere e aiuterà lo sviluppo dei figli.

Sembra veramente una gran bella cosa. La controindicazione scontata è che questa cosa costa. Microsoft chiede ai fornitori che riconoscano uno stipendio elevato, ai lavoratori in congedo. Ci si potrebbe inoltre porre un dubbio: funziona, l’obbligatorietà, quando si parla di conciliazione tra vita privata e vita lavorativa?

Risposta non facile, come sempre quando si cerca un equilibrio tra forzatura e persuasione. Già, per praticare lo smartworking, occorre equilibrio (cosa che talvolta capita, nella vita). La risposta, allora, è forse forse questa: se si sa dove si vuole arrivare – in questo caso a una migliore armonia tra vita privata e attività lavorativa – non si deve aver paura di sperimentare.

 

Qualcuno ha detto smartworking? – 27 agosto 2018

 

 

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