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Dibattere civilmente. Forse.

Su Il Corriere della Sera del 16 agosto c’è un articolo dal titolo Nelle università Usa i corsi di dibattito civile. La cosa, lo confesso, mi ha un pochino allarmato. Perché il nostro mestiere, come Spell, consiste anche nell’aiutare le persone a risolvere i conflitti. Quelli che avvengono sul mondo del lavoro, innanzitutto.

E però, se alle università s’insegna alle persone a dibattere civilmente, tempo qualche generazione di laureati, e nessuno ha più bisogno di noi, per risolvere conflitti. Il che sarebbe spiacevole.

Ma a pensarci bene, non c’è da preoccuparsi troppo. Un po’ perché, grazie al cielo, a Spell facciamo anche altre cose, oltre al lavorare sui conflitti. E inoltre, per il momento, queste lezioni si tengono nelle università statunitensi, non in quelle italiane.

Inviti a cena

In ogni caso, che ha scritto Il Corriere della Sera? Il quotidiano di via Solferino riprende in realtà un più lungo articolo pubblicato il giorno di Ferragosto dal Wall Street Journal. E quello che è il più diffuso giornale negli Stati Uniti d’America prende subito la faccenda di petto: come si fa, oggi, a parlare di politica senza arrivare allo scontro in meno di tre minuti?

Per imparare a farlo, Wake Forest University, si fa aiutare dalla convivialità: il progetto di questa università del North Carolina è di coinvolgere tra studenti delle superiori, studenti dell’università stessa e genitori un totale di 3.000 persone. A colpi di cene in cui vengono messe insieme a discutere oltre che mangiare, un minimo di dieci e un massimo di sedici persone. In totale, nell’ipotesi più cauta, si tratta di 187 cene. Anche se il progetto dovesse fallire – cosa che ovviamente non mi auguro – certo le gastronomie e i servizi di catering della zona non potranno che esserne felici (e quindi, si spera, meno conflittuali).

Va detto che, nelle università degli Stati Uniti, il ‘dibattere’ è sempre stato oggetto di grande attenzione. Si pensi al Debate – dibattito, appunto – questa modalità di confrontarsi nel sostenere una tesi e il suo contrario secondo regole ben precise. Il debate, nelle università statunitensi, genera sfide appassionanti tra diverse accademie e vi è stato dedicato anche un film The Great Debaters, con Denzel Washington, che ne è pure regista, e Forest Whitaker.

Meglio non sollevare questioni?

Tornando alle lezioni di dibattito civile, l’articolo del Wall Street Journal di ferragosto dà voce al professor Jonathan Zimmerman, dell’università di Pennsylvania. Zimmerman dichiara: «Il mondo reale è pieno di inciviltà. Le nostre istituzioni educative devono trovare un modo diverso di affrontare le questioni». E poi racconta un fatto piuttosto interessante. «Nel giugno del 2016, a una riunione tra colleghi professori universitari, chiesi “chi di voi ha votato Donald Trump?”. Ad alzare la mano fu un solo accademico che, di lì a poco, disse “veramente stavo scherzando”…».

Un aneddoto, questo raccontato dal professor Zimmerman, che ci fa capire che confrontarsi in modo incivile, ha almeno due conseguenze: la prima è che la discussione  può finire a cazzotti, o peggio, il che ovviamente non va bene. La seconda è che si finisce per ritrovarsi solo con persone che la pensano come noi. Cioè, finisce che non ci si confronta più con chi ha idee diverse dalle nostre.

A poco a poco impariamo ad evitare di ‘sollevare questioni’, di affrontare le divergenze. E questo è un dramma. Non solo per quello che riguarda la politica, ovviamente. Se in un gruppo di lavoro le persone hanno idee diverse sul modo di portare avanti un progetto comune, sarebbe bello che le condividessero. Ma se – per paura di litigare – ognuno tiene la propria idea per sé, lavorare in gruppo non serve a molto.

Quando un capo deve dire qualcosa che non va a un collaboratore, può farlo in modo brusco, duro. Il che può suscitare nel lavoratore o una reazione scomposta oppure che questo si chiude a guscio, ed entrambe le cose non servono a migliorare la performance del lavoratore. Oppure il capo può scegliere di non dire niente, al collaboratore, e questo – forse – è anche peggio.

Le varianti del dibattere civilmente

Dibattere civilmente, dunque, è una cosa che prevede diverse varianti: come il sopravvivere alle riunioni e ai feedback tra capo e collaboratore, sia dal punto di vista del capo sia da quello del collaboratore. Tutte cose su cui, noi di Spell, lavoriamo. Lo dico per rassicurarmi ulteriormente: hai visto mai che spariscono i conflitti, ci restano comunque altre cose da fare.

Prima di chiudere, a dimostrazione di come io stesso mi sforzo di non circondarmi solo di chi la pensa come me, ma invece accetto il confronto con persone lontanissime da quelli che sono i miei valori fondamentali di convivenza, di civiltà, di visione del mondo, faccio questa dichiarazione: io ho molti amici della Juve.

 

Questo post è anche ascoltabile in podcast.

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