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Il lavoro tra incantesimo e felicità

SPELL nasce nel 2001. Perché questo nome? SPELL è una parola inglese, che significa «incantesimo». E, forse, non è una coincidenza che tre anni prima della nascita di SPELL andasse in onda la prima stagione della serie televisiva Incantesimo.

Storie di amori proibiti, tensioni, tormenti.

Certo è solo un’ipotesi, ma è possibile che, tra i fondatori di SPELL vi fossero degli appassionati di quella serie televisiva. In realtà esiste anche un’altra ipotesi e cioè che SPELL, in realtà, sia un acronimo.

In effetti è così: SPELL sta per Società Per Elevare il Livello del Lavoro. Che cosa significhi, parlare di livello del lavoro, lo racconta Paolo Vergnani, presidente di SPELL e uno dei fondatori della società.

«Nel gennaio del 2001, quando è nata SPELL, non c’era ancora stata la bolla dell’economia dotcom. Quindi era l’ultimo momento di grande speranza in cui il lavoro veniva dato per scontato. Il lavoro c’era, dunque, ma le persone si lamentavano del lavoro».

«Paradossalmente, uno degli effetti della crisi che ha reso completamente diverso ogni scenario, è che oggi le persone si lamentano di non avere il lavoro, più raramente si lamentano del lavoro in sé stesso. E quindi si è modificato anche l’approccio che inevitabilmente abbiamo dovuto avere, nei confronti delle persone che si rivolgevano a noi».

Ma se il punto è averlo, il lavoro, perché oggi parliamo ancora di livello del lavoro?

«Proprio perché nessuno oggi può dirsi totalmente sicuro del proprio lavoro. Bisogna alzare il livello qualitativo di quello che viene fatto e solo così si può gestire la terribile VUCA – Volatilità, Incertezza, Complessità, Ambiguità – questa fase in cui ci troviamo tutti».

«Si deve dunque alzare il livello, che non è soltanto il livello della prestazione, è anche il livello di attenzione ai collaboratori, il livello della motivazione personale e altrui che siamo in grado di utilizzare nella nostra giornata professionale».

C’è un motivo, Paolo, per cui avete scelto la parola livello e non qualità, per esempio?

«Beh, dovevamo giocare con l’acronimo. Ci piaceva tenere SPELL, perché ci consentiva di fare il richiamo a Castalia – con il gioco di parole Cast A Spell, che significa ‘lanciare un incantesimo’ – che è l’associazione da cui arriva il nucleo forte di SPELL. In più, la parola ‘qualità’, aveva un altro problema».

«A quel tempo, il termine ‘qualità’ era assolutamente abusato. Erano gli anni in cui tutto era qualità. Sarebbe come se oggi volessimo dar vita a una società su ‘industria 4.0’. Si arriva a una soglia in cui quello che nasce come elemento innovativo si brucia e diventa semplicemente stucchevole, scaduto e non era certo l’immagine che volevamo dare di noi».

Un’ultima cosa, su cui varrà la pena tornare in futuro. Parlare di livello del lavoro significa anche parlare di felicità nel lavoro?

«La felicità nel lavoro è un tema che, effettivamente, meriterà un ulteriore approfondimento. La risposta è sì, ragionevolmente si parla anche di questo, purché non si cada nell’errore di considerare la felicità come uno stato. La felicità è un picco, è un differenziale, se vogliamo è una ‘tensione’».

«Considerando che trascorriamo più tempo svegli sul lavoro che in qualunque altro contesto della nostra vita, ha un senso che ciascuno di noi sia capace di costruire anche una parte della propria felicità sul posto di lavoro».

«E questo è un invito sia ai capi sia alle persone che lavorano perché, comunque, siamo responsabili anche della nostra felicità»

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